Se i PIR non portano fondi all’economia reale, ecco il primo ELTIF lanciato da Banca Intesa

I PIR hanno fallito nel portare fondi alle PMI e l’obbligo di investire il 3,5% in VC e su AIM, introdotto dalla legge di bilancio, li ha bloccati. Gli ELTIF la soluzione? E Intesa lancia il primo

 

Intesa lancia il primo ELTIF italiano alternativa ai PIR

 

I fondi PIR hanno per ora fallito in quello che era l’intento principale del legislatore: portare fondi alle PMI italiane e, dunque, all’economia reale. Infatti, nonostante l’obbligo di investire il 21% in società non quotate su mercati regolamentati, la natura di “fondo aperto”, adottata da tutti i fondi PIR, ha spinto i gestori ad evitare investimenti azionari illiquidi e a concentrarli, quindi, sul mercato Stars e, parzialmente, su AIM. In totale, sono dunque solo 380 le imprese che ne possono beneficiare.

Inoltre, la legge che istituisce i PIR ha totalmente dimenticato il P2P lending, che non viene contemplato tra gli strumenti finanziari ammissibili.

Nel tentativo, peraltro apprezzabile, di mettere una pezza, il Governo ha inserito una nuova misura nella legge di bilancio 2019 che obbliga i fondi PIR a investire il 3,5% in fondi di Venture Capital e un altro 3,5% su azioni di imprese quotate all’AIM.

Ma, purtroppo, questa misura richiede un regolamento attuativo il cui rilascio è previsto tra 120 giorni, 4 mesi. La conseguenza è che i gestori sonno in mezzo al guado: non possono raccogliere nuovi fondi, né consentire di investire nei vecchi, in quanto non conformi.

A differenza di quanto poi deliberato dal Governo, lo scorso autunno, Assofintech aveva presentato una proposta di legge per introdurre l’esenzione fiscale ai redditi prodotti dai nuovi fondi introdotti dalla UE e denominati ELTIF (European Long-Term Investment Funds), a condizione che investano il 5% in fondi di Venture Capital dedicati prevalentemente a startup e PMI innovative.

I fondi ELTIF, al contrario dei PIR, sono “fondi chiusi”, e impongono per il 70% investimenti in asset a lungo termine. Il regolamento europeo degli ELTIF prevede che tra le attività d’investimento ammissibili dovrebbero rientrare “strumenti rappresentativi di equity o quasi-equity, strumenti di debito in imprese di portafoglio ammissibili e prestiti loro erogati, nonché le partecipazioni in altri fondi che si concentrano su attività”. Le imprese ammissibili non devono essere imprese finanziarie e non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione a meno che abbiano una capitalizzazione di mercato inferiore a cinquecento milioni di euro. Quindi sono escluse anche quelle quotate su Stars o AIM.

Si tratta dunque di uno strumento finanziario che si presta perfettamente all’obiettivo di veicolare risorse all’economia reale, proprio in quanto, a parte qualche possibile eccezione ben identificata, consentono al gestore di investire con “pazienza” in attività a lungo termine, senza cioè l’assillo di dovere liquidare quote investite in qualsiasi momento, come accade nei fondi aperti e, in particolare, nei PIR.

Intesasanpaolo ha colto questo aspetto e, attraverso Eurizon, SGR del gruppo, ha lanciato nei giorni scorsi il primo ELTIF italiano. Come riporta Bebeez.it, si tratta di un fondo chiuso di diritto italiano che vincola l’investimento su un orizzonte temporale di 7 anni. I capitali raccolti attraverso gli ELTIF potranno, infatti, essere indirizzati a finanziare progetti di medio-lungo periodo di aziende appartenenti a segmenti a bassa capitalizzazione come l’AIM, start-up e imprese ad alto potenziale di innovazione.

Il nuovo fondo Eurizon Italian Fund prevede un investimento di almeno il 70% del portafoglio in long term assets, un’esposizione minima del 50% verso azioni italiane e una massima del 25% in strumenti non quotati. Vista l’illiquidità e la volatilità, il nuovo fondo è destinato a clienti con buona preparazione finanziaria e un patrimonio elevato.

A questo proposito, è da sottolineare che il regolamento UE sugli ELTIF consente l’accesso anche agli investitori retail. Ma, per accrescere la loro tutela, prevede che “per gli investitori al dettaglio il cui portafoglio, composto di depositi in contanti e strumenti finanziari, esclusi gli strumenti finanziari forniti a titolo di garanzia, non superi i 500 000 EUR, il gestore dell’ELTIF o qualsiasi distributore dovrebbe garantire, dopo aver effettuato un test di idoneità e aver fornito una consulenza adeguata in materia di investimenti, che l’investitore al dettaglio non investa negli ELTIF un importo aggregato superiore al 10 % del proprio portafoglio e che l’importo iniziale investito in uno o più ELTIF non sia inferiore a 10 000 EUR”.

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