Equity Crowdfunding e regolamento Consob: lo “sfogo” di un gestore

Il gestore di una piattaforma italiana di equity crowdfunding ci scrive per sottolineare i limiti dell’attuale regolamento Consob che limita gli investitori italiani e, soprattutto, stranieri

 

Equity Crowdfunding e Consob

Riceviamo dal gestore di una piattaforma italiana di equity crowdfunding, che ha chiesto l’anonimato, e, volentieri, pubblichiamo.

Egregio Direttore,

Mi rivolgo a Lei nella speranza che questa lettera possa giungere anche alle autorità competenti e permetta loro di avere una testimonianza concreta della situazione reale in cui i gestori di portali di Equity Crowdfunding si trovano ad operare oggigiorno.

Ho deciso di fondare uno dei suddetti portali con l’obiettivo di aiutare giovani imprenditori a reperire capitali su Internet in maniera più efficiente. Questa intuizione, avuta nel 2012 durante la mia carriera universitaria, è stata confermata guardando il mercato estero: tale processo, chiamato Equity-Based Crowdfunding, stava riscontrando una grande crescita nel resto d’Europa, allorché in Italia non esisteva ancora una normativa a riguardo.

Ripensando al mio percorso imprenditoriale, mi accorgo che purtroppo il 90% delle energie e dei capitali spesi, invece di essere stati convogliati in attività prettamente aziendali, sono stati assorbiti da procedure burocratiche e legali.

Sebbene sia pienamente cosciente della necessità di una normativa che vigili l’Equity Crowdfunding, tutelando tutti coloro che decidono di investire tramite questo strumento, credo tuttavia che l’attuale Regolamento rischi solo di frenare un fenomeno che altrove è diventato uno motore propulsore per lo sviluppo di progetti innovativi.

A titolo di esempio, riporto la vicenda della start up “Bidtotrip” di Cesena, che, pur essendo nata da imprenditori italiani, ha deciso di raccogliere capitali in Gran Bretagna (£150.000 ottenute a fronte di una richiesta di £75.000). Con grande sorpresa, i dati indicano che, tra questi investitori, 13 sono italiani, i quali hanno finanziato la start up con circa £2.500 ciascuno.

Al contrario di altri Paesi, in cui si cerca di aprire la raccolta anche a capitali stranieri, l’Italia, con la sua procedura macchinosa (dovuta soprattutto alla profilatura MIFID da effettuare fisicamente presso un istituto finanziario italiano), ostacola gli investimenti esteri.

Inoltre, articoli come il 17 comma 4 –  che limita a €500 il singolo investimento o a €1000 l’ammontare annuale, senza la necessità di effettuare la profilatura MIFID – non sono coerenti con gli investimenti medi effettuati in mercati già consolidati.

Pertanto, non solo non siamo appetibili per gli investitori esteri, ma per i nostri connazionali stessi risulta più facile investire sui portali stranieri rispetto a quelli italiani.

La contraddizione è dunque evidente: sulla carta il Crowdfunding è volto ad aiutare giovani startupper nella raccolta di capitali ed è a mio avviso uno strumento più efficace rispetto a leggi di stabilità e finanziarie, orientate piuttosto a supportare grandi aziende.

D’altro canto, alcuni articoli del regolamento limitano l’operatività delle piattaforme, inibendo la crescita del fenomeno.

Certo che il mio sfogo verrà interpretato come una critica costruttiva proveniente da chi vive quotidianamente i problemi legati alla normativa, mi rivolgo a Lei e alle autorità competenti, sperando che il Regolamento, già in fase di revisione, possa essere migliorato in alcuni punti.

Sebbene abbia deciso di scrivere questa lettera in forma anonima, per evitare qualsiasi strumentalizzazione a fini pubblicitari, mi rendo sin da ora disponibile a fornire, qualora ce ne fosse il bisogno, i miei recapiti a chi lo chiedesse.

Un cordiale saluto.

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