Equity Crowdfunding in Italia: il 2016 anno della svolta? L’analisi di Fabio Allegreni

I risultati per ora non sono stati eclatanti, ma sta per entrare  in vigore il nuovo regolamento Consob. Basterà? Forse, ma piattaforme, startup e governo hanno ancora molto da fare

 

Equity Crowdfunding Italia 2016

L’Equity Crowdfunding in Italia ha chiuso il 2015 con un’importante novità: il nuovo regolamento Consob. Perché “importante”? Principalmente perché Consob rimuove (o riduce) due limiti che gli addetti ai lavori – noi inclusi – avevano più volte sottolineato: la farraginosità del processo per chi vuole investire e la base troppo ristretta per il lead investor obbligatorio (la tipologia di investitore che viene accreditato per sottoscrivere il 5% dell’offerta affinché si possa chiudere il round). Rimandiamo a questo articolo per ulteriori dettagli.

In realtà il nuovo regolamento non è ancora entrato in vigore in quanto sottoposto a consultazione pubblica fino al 11 Gennaio. Ma, se non ci saranno epocali sconvolgimenti, entro la fine del mese dovrebbe poter entrare in vigore. A questo punto, Consob avrebbe fatto il proprio dovere e il pallino passerebbe in mano agli stakeholder: piattaforme, startup e… governo.

Prima di addentrarci nei dettagli, un paio di numeri sul 2015. Nel corso dell’anno sono state finanziate 7 società per complessivi €1,747 milioni su 6 piattaforme di cui peraltro 3 attive solo a partire dall’autunno. Nel 2014 erano state finanziate 4 società per €1,307 milioni da 3 piattaforme. Gli investitori sono passati da 134 nel 2014 a 252 nel 2015, ciascuno dei quali ha investito in media circa €7.000 (9.750 nel 2014).

Si tratta quindi ancora di numeri ancora molto marginali e di incrementi relativi, a testimoniare come lo strumento, sebbene in crescita, in Italia non sia ancora decollato.

Le novità del regolamento potranno dare finalmente impulso all’equity crowdfunding e farlo viaggiare a velocità “europea”? Come dicevamo, il pallino è ora in mano degli stakeholder.

Piattaforme

CI sono diversi spunti di cui credo sia importante tenere conto.

  1. Tempi e costi. Una volta entrato in vigore il nuovo regolamento, ci vorranno almeno 60 giorni (lavorativi, come specifica Consob) affinché una piattaforma venga autorizzata, se lo decide, a sottoporre direttamente l’investitore al test Mifid. Il che, come detto, ne semplificherebbe notevolmente la vita consentendogli finalmente di investire direttamente online, con bonifico o carta di credito, come avviene in tutta Europa. Ma le piattaforme dovranno attrezzarsi sia tecnologicamente che “burocraticamente”. Non è infatti ancora chiarissimo, perlomeno a noi, quali siano i requisiti di cui la piattaforma deve dotarsi per poter esercitare il privilegio concesso da Consob.
  2. Deal Flow. Se il numero di iniziative finanziate negli ultimi due anni è stato piuttosto basso (11), altrettanto si può dire per il numero complessivo di quelle presentate: 31, secondo l’osservatorio del Politecnico di Milano. In media quindi, per ogni campagna andata a buon fine ne state presentate altre due, oppure da un altro punto di vista, sempre in media su 24 mesi, significa 1,3 campagne al mese (su tutte le piattaforme!). Forse troppo poche. Non è detto infatti che il settore in cui opera la startup sia conosciuto o ritenuto interessante dall’investitore o, semplicemente, che l’iniziativa lo colpisca particolarmente. L’investitore deve avere la possibilità di scegliere e non è interesse della singola piattaforma che sia costretto a farlo navigando da una piattaforma all’altra. Ciascuna delle piattaforme sta investendo per promuoversi presso gli investitori e non può pensare di tenerli ingaggiati presentando una o due iniziative ogni tre o quattro mesi. Bisogna dunque trovare il modo di presentare più iniziative, magari non puntando solo su quelle che hanno grandi obiettivi di raccolta – 3-500k euro – ma anche su quelle puramente seed intorno ai 100k. E puntando non solo sulla qualità del progetto, ma anche sulla capacità dell’imprenditore di capire che è necessario il suo sforzo per aggregare potenziali investitori. Anche le PMI innovative e le nuove “startup turistiche” sono un ulteriore opportunità per rinvigorire il deal flow.
  3. Attrazione di lead investor. Quanto sopra vale per gli investitori cosiddetti retailer, che investono centinaia o migliaia di euro. Ma, forse, bisognerebbe tentare, più di quanto non si stia già facendo, di individuare lead investor “professionali” cercando di stipulare partnership, come minimo per condividere i deal flow, per arrivare poi a formule di soft commitment per co-investimenti, fino a prospettare formule più complesse come la creazione di veicoli di investimento ad hoc e/o a riconoscere al lead investor una % di carry sulla eventuale exit (modello Angel List). Si instaurerebbe un circolo virtuoso per cui le iniziative sarebbero più appetibili per gli investitori retailer, aumenterebbero i casi di successo, verrebbe attratto un numero maggiore di iniziative che porterebbe ad accrescere il numero di lead investor interessati.

Startup

Le startup e le PMI innovative italiane devono in generale fare un salto di qualità nell’approccio al fundrasing e, in particolare quindi, anche in quello all’equity crowdfunding. Intendo sia dal punto di vista strategico che da quello della presentazione.

Dal punto di vista strategico, l’equity crowdfunding non va visto solo come un modo per raccogliere fondi, ma anche come uno strumento di marketing per far conoscere i propri prodotti e servizi non solo ai potenziali investitori ma anche ai potenziali acquirenti. Di conseguenza è fondamentale “vendere” bene l’azienda e i suoi servizi e comunicarli correttamente. Una campagna di crowdfunding va infatti promossa direttamente, non ci si può aspettare che sia la piattaforma a fare tutto il lavoro.

Troppo spesso ho visto pitch molto difficili da comprendere sia nella spiegazione del servizio offerto che in quello, più approfondito, della spiegazione delle ragioni per cui valga la pena investire (il business plan). Tutto ciò si traduce anche, qualche volta, in valutazioni eccessive della propria impresa per paura di cederne quote troppo elevate: vale la pena ricordarsi sempre, tuttavia, che è meglio avere il 10% di una società che vale 1 miliardo piuttosto che il 90% di una che vale 100k…

Governo

Il governo aveva fatto il suo, con la legge del 2012 e poi con l’investment compact del marzo di quest’anno. Poi l’ha fatto Consob, come abbiamo detto in apertura. Ora, a mio parere, la palla deve tornare al Governo. Con due obiettivi:

  1. Allargare la base delle società che possono essere finanziate con l’equity crowdfunding. Aprire l’equity crowdfunding istituendo le startup innovative (con estensione poi alle PMI innovative) è stata una necessità tecnica: le Srl non avrebbero potuto offrire quote sul mercato. Per non creare troppo scompiglio, questo privilegio è stato limitato solo alle società giovani o meno giovani che, comunque fanno innovazione, tendenzialmente, anche se non esclusivamente, tecnologica. In realtà, così facendo, stiamo privando investitori e imprese della possibilità di accedere a una asset class che in tutto il resto d’Europa (e non solo in UK!) è aperta a tutti i tipi di impresa, per esempio l’immobiliare, il food o la ristorazione. Credo, ma così la pensano evidentemente anche le istituzioni di Francia, Germania, Spagna, Olanda, Svezia, Finlandia, Estonia…, che debba essere l‘investitore non lo Stato a giudicare se sia più conveniente investire a rischio in un’impresa che fa un’app o in una che vuole aprire una catena di ristoranti.
  2. Incentivare gli investimenti. Lo Stato invece potrebbe intervenire e indirizzare la propria politica economica attraverso lo strumento dell’incentivazione fiscale, cosa che già in parte fa, ma aumentandone l’intensità, magari modulandola a favore di investimenti in settori ritenuti strategici, come, appunto, l’innovazione, ma anche per esempio, il turismo, il food o alcuni tipi di progetti immobiliari. L’incentivo fiscale serve a ridurre il rischio dell’investimento e dunque, sarebbe veramente efficace se consentisse da un lato una deducibilità fiscale dell’investimento più elevata di quella attuale, e dall’altro un ulteriore vantaggio in caso la società finanziata fallisca. Ecco un esempio che sta funzionando molto bene: nel Regno Unito, i programmi EIS e SEIS consentono rispettivamente la deduzione del 30 e del 50% dell’investimento e, se la società fallisce, può essere dedotto il capitale investito, al netto del beneficio fiscale già ottenuto. Inoltre se le quote sono state detenute per almeno 3 anni e poi vengono vendute, il capital gain non viene tassato.

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