Oltre Startup e PMI innovative. Perché estendere l’accesso all’Equity Crowdfunding

L’Italia è l’unico paese al mondo che limita solo ad alcuni tipi di imprese la possibilità di raccogliere capitale con l’equity crowdfunding. E’ ora di andare oltre

 

Equity crowdfunding oltre startup e PMI innovative

Alcuni fatti

Per legge, solo Startup e PMI innovative possono raccogliere fondi sulle piattaforme di equity crowdfunding (ECF)

  • Startup innovative: DL N.179 del 18/10/2012 (c.d. Decreto Crescita)
  • PMI Innovative: DL N.3 24/01/2015 (c.d Investment Compact)
  • In TUTTI gli altri paesi europei non ci sono limiti “qualitativi” per gli offerenti, cioè legati al tipo di società o alla sua attività. Al limite, sono previsti incentivi fiscali maggiori sugli investimenti per le imprese più recenti e/o importi massimi che si possono raccogliere per ottenere tali benefici (v. EIS e SEIS in UK)
  • In UK, Francia, Germania, Spagna si moltiplicano i casi di finanziamenti tramite ECF ad imprese di settori non-tech: p.es. birrifici, catene di ristoranti, produttori food, palestre, servizi non tech…
  • In Europa, soprattutto in UK e Francia ha un enorme sviluppo il Real Estate Crowdfunding (ECF dedicato a costruzioni o ristrutturazioni immobiliari)

Considerazioni

Da come sono state formulate le leggi, quindi, è chiaro che In Italia obiettivo del legislatore è evidentemente fare in modo che la finanza alternativa sia focalizzata esclusivamente sulla promozione dell‘innovazione, in particolare quella tecnologica.

Peraltro, il regolamento Consob sull’equity crowdfunding è molto attento a garantire l’investitore (molto più che negli altri paesi). E questo, nonostante gli apprezzabili sforzi compiuti da Consob all’inizio di quest’anno (e pure Consob più di tanto non può fare se non riceve segnali strategici chiari e forti dal governo).

C’è dunque una contraddizione. Infatti, investire in startup innovative è molto più rischioso e più difficile da valutare che investire in modelli di business più tradizionali. Allora che senso ha ingegnarsi a preservare la sicurezza dello “sprovveduto” investitore e dall’altro impedirgli di investire in modelli di business più facili da capire e, magari, più sicuri?

In realtà, in tutti i Paesi del mondo chi investe attraverso le piattaforme di equity crowdfunding investe in imprese “ad alta potenzialità” di crescita, che non vuol dire solo innovazione tecnologia, ma anche di prodotto, di modalità di servizio, di processo, di marketing…

E allora, mi chiedo,

  • perché io non posso diventare mini-azionista di un ristorante di successo che vuole espandersi creando una catena di franchising?
  • Perché non posso diventare un piccolo azionista di un birrificio artigianale che cresce a doppia cifra anno su anno e ha bisogno di capitali da investire per crescere ulteriormente?
  • Perché non posso diventare un piccolo azionista di una società che ristruttura immobili di pregio per metterli a reddito?
  • Perché non posso diventare un piccolo azionista di una società che costruisce condomini e guadagnare dalla sua vendita o dagli affitti senza per forza comprare un appartamento ma solo una quota?
  • Perché non posso diventare un piccolo azionista di una società che gestisce un albergo con un bel potenziale di crescita o, addirittura di un museo o di un organizzatore di eventi o di un tour operator?
  • Perché non posso diventare un piccolo azionista di uno stilista o di un designer emergenti o anche di un panettiere o di un gelataio con grandi idee commerciali solo perché non sono laureati e non hanno un brevetto?

Queste limitazioni di legge, ripeto, uniche al mondo, non solo stanno bloccando delle opportunità alle PMI più sane e creative del paese che cercano fondi per poter crescere, ma anche opportunità per chi vuole investire parte del suo patrimonio finanziario nell’economia reale ed è stanco delle fluttuazioni di borsa dovute alle speculazioni o a investimenti più rischiosi, ma esoterici ed accessibili solo ai professionisti della finanza.

Inoltre, le iniziative che potrebbero essere finanziate con l’equity crowdfunding sono attraenti per chi investe in base al ritorno potenziale sull’investimento e, quindi, alla loro capacità di generare reddito nel tempo, e non solo o non necessariamente alle potenzialità di Exit.

Quindi, anche alla luce dei risultati (moderatamente confortanti) del Report sul Crowd Investing del Politecnico di Milano, credo sia giunto il momento di:

  1. Estendere a qualunque tipo di impresa l’accesso all’ECF. Ai fini di indirizzare la politica industriale, si potrebbero definire soglie diverse di incentivi fiscali agli investitori, in funzione per esempio della dimensione del round (come in UK e Francia)
  2. Concedere particolari benefici fiscali a chi investe nelle imprese che fanno parte dei settori e delle filiere riconoscibili come “made in italy”, indipendentemente dal fatto che siano “innovative” e dal modello di business. Es. design, moda, turismo, moda, beni culturali, immobiliare, meccanica di precisione, artigianato ecc. ecc.

Possibili stakeholder

Sono molti gli enti, le società e le persone che potrebbero essere interessate all’allargamento. Ecco qualche esempio:

Le istituzioni governative e parlamentari che abbiano a cuore lo sviluppo economico sostenibile del Paese. P.es.: Ministero sviluppo economico, Ministero economia, Ministero dei beni culturali, Commissioni parlamentari, Singoli parlamentari.

Le associazioni di PMI o di imprenditori, i cui associati fruirebbero di un mercato nuovo di capitali per finanziare la crescita delle PMI, in qualunque settore che abbia caratteristiche di scalabilità. Per esempio: Confindustria, Confartigianato, Confesercenti, Confcommercio, Federlegno, Camera della moda…

Le associazioni finanziarie e gli intermediari finanziari, che potrebbero così trovare una nuova asset class, espressione dell’ECONOMIA REALE, e, quindi, un canale alternativo per l’impiego dei capitali. Per esempio: Associazione dei promotori finanziari, Associazione dei private banker, Fondazioni bancarie, Associazione delle SIM…

Le grandi imprese italiane (o medie) e le loro associazioni, che avrebbero così accesso a un vasto bacino strutturato di imprese, nei più svariati settori, su cui investire per creare sinergie produttive o commerciali, sperimentare soluzioni innovative (Open Innovation), diversificare prodotti e servizi.

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