I furbi lituani e i subdoli giornalisti: come trarre profitto da una campagna su Kickstarter

Wired rilancia il successo su Kickstarter di una startup “made in Italy” che raccoglie oltre 1,7 milioni. Peccato che di italiano ci sia solo il nome

 

Wired subdolo su campagna kickstarter filippo Loreti

Lo scorso giovedì, 2 Dicembre, Wired.it ha rilanciato una notizia eclatante titolandola: Una startup “made in Italy” batte il record di crowdfunding su Kickstarter.

La campagna in questione è relativa alla startup Filippo Loreti che, dopo aver raccolto più di 900k lo scorso anno, sempre su Kickstarter, si sta ora avvicinando allo straordinario traguardo di 2 milioni. Filippo Loreti produce orologi, che i due fondatori definiscono di lusso, a prezzi ben al di sotto dei 300 euro.

Gli orologi, su Kickstarter, sono presentati benissimo a partire dal titolo: “Redefining Italian Luxury Watches – Filippo Loreti”. E sul sito, traspare l’Italia e lo spirito italiano da ogni pagina.

Chi leggendo il titolo di Wired ha pensato si trattasse di una startup italiana? Chi ha pensato che quantomeno si trattasse i prodotti made in Italy?

Ahime, l’anno scorso, in occasione della prima campagna, noi ci siamo caduti. Stavolta abbiamo approfondito e, in effetti, non solo non si tratta di una startup italiana, bensì lituana, ma di italiano c’è poco o nulla.

I fratelli lituani proprietari di Filippo Loreti, peraltro, sono stati bravissimi. Da nessuna parte, né sulla campagna né sul sito, raccontano di essere italiani. Dicono solo di essere affascinati dalla grande tradizione artigianale italiana e di volerne cogliere lo spirito. E, in effetti, l’hanno fatto alla grande. A partire dal brand, per proseguire con i nomi degli orologi (Como, Firenze, Roma, Venezia) e terminando con il fatto che il loro ufficio stampa ha dichiarato a Wired di avere “uno studio a Firenze e uffici in Lituania, Hong Kong e Praga. I prodotti sono disegnati in Italia e ispirati a città italiane. Per produrre i nostri orologi usiamo una complessa catena di fornitori“, che comprende “Italia, Germania, Giappone, Hong Kong, etc.“.

Niente di male in tutto ciò, ci mancherebbe. Anzi, grande operazione di marketing e complimenti per aver saputo sfruttare così bene il richiamo del made in Italy senza mai dichiarare nulla di falso né appropriarsi di nomi o marchi altrui. Non c’è nulla, ma proprio nulla di “made in Italy” e loro, infatti, non lo dicono. Mai.

E qui viene Wired. Il titolo associa startup a made in Italy. Chi legge solo titolo e sottotitolo, 90 su 100, pensa si tratti di una società italiana. Chi legge tutto l’articolo scopre che i fratelli sono Lituani, e qualche dubbio gli viene.

L’articolo è inappuntabile, come il marketing dei due fratelli lituani. Non è riportato assolutamente niente di falso. Anzi, anche nel titolo, “made in Italy” è tra virgolette. Licenza poetica, quindi?

Caro giornalista di Wired, Made in Italy non è poesia, ma lacrime, sudore e sangue di decine di migliaia di imprenditori e artigiani italiani, tanto che queste tre parole si sta cercando di difenderle nei trattati internazionali e nei tribunali di tutto il mondo. E lei se ne appropria così, virgolettandole per non essere tacciato di raccontare bugie, al solo fine di trarre subdolamente in inganno il lettore distratto per ottenere condivisioni sui social network.

Ce lo aspettiamo da qualche sito/giornale di gossip, non certo da una testata che si è fatta il nome puntando sulla qualità dell’informazione tecnica e scientifica. L’errore in buona fede, magari dovuto a superficialità (come successo a noi l’anno scorso, e ne siamo addolorati), è grave. Ma essere subdoli con i lettori è sconcertante e scoraggiante.

In conclusione, passino i furbetti lituani, ma i subdoli giornalisti assolutamente no.

P.S.: tra l’altro non ci risulta nemmeno che il pur eclatante risultato della campagna sia un record

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